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Monday, 10 December 2018

La storia della Costituzione

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La Costituzione della Repubblica italiana è la legge fondamentale e fondativa
dello Stato italiano. Fu approvata dall’Assemblea Costituente il 22 dicembre 1947
e promulgata dal capo provvisorio dello Stato Enrico De Nicola il 27 dicembre 1947. Fu
pubblicata nellaGazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana n. 298, edizione
straordinaria, del 27 dicembre 1947 ed entrò in vigore il 1º gennaio 1948.

Storia

 

 

 

 

 


ORIGINI E NASCITA

La prima pagina tratta da uno dei tre originali della Costituzione italiana ora custodito
nell’Archivio Storico della Presidenza della Repubblica
Lo Stato italiano nasce, da un punto di vista istituzionale, con la legge del 17 marzo
1861 che attribuisce a Vittorio Emanuele II, «re di Sardegna», e ai suoi successori, il
titolo di «re d’Italia». È la nascita giuridica di uno Stato italiano (anche se altri stati
avevano già portato tale nome nel passato, dal regno longobardo per finire al regno
napoleonico). La continuità tra il Regno di Sardegna e quello d’Italia è normalmente
sostenuta in base all’estensione dell’applicazione della sua legge fondamentale,
lo Statuto albertino concesso da Carlo Alberto di Savoia nel 1848, a tutti i territori
del regno d’Italia progressivamente annessi al regno sabaudo nel corso delleguerre
d’indipendenza. La conservazione dell’ordinale dinastico da parte di Vittorio Emanuele,
e l’estensione dello Statuto albertino ai territori annessi hanno portato gli storici a
parlare di “piemontesizzazione” dello stato italiano ad opera dei Savoia. Lo statuto
albertino rimase in vigore, quindi, quasi 100 anni, dal 4 marzo 1848 al 1 gennaio 1948,
quando entrò in vigore la costituzione repubblicana.
Lo Statuto albertino fu simile alle altre costituzioni rivoluzionarie vigenti nel 1848 e rese
l’Italia una monarchia costituzionale, con concessioni di poteri al popolo su base
rappresentativa. Era una tipica costituzione “ottriata”, ossia concessa dal sovrano e da
un punto di vista giuridico, si caratterizzava per la sua natura “flessibile”, ossia
derogabile ed integrabile in forza di atto legislativo ordinario. Poco tempo dopo la sua
entrata in vigore, proprio a causa della sua flessibilità, fu possibile portare l’Italia da
una forma di monarchia costituzionale pura a quella di monarchia parlamentare, sul
modo di operare tradizionale delle istituzioni inglesi (benché il potere esecutivo fosse
detenuto completamente dal re, sempre più spesso il Consiglio dei ministri rifiutò di
restare in carica quando non gradito alla camera elettiva). Il primo Parlamento dello
Stato unitario, in principio del 1861, si compose con un suffragio elettorale ristretto al
3% della popolazione; nel 1882 il diritto di voto fu portato al 7% della popolazione, con
riforme nel 1912 e 1918 il diritto fu esteso fino a una forma di suffragio universale
maschile.
Benché l’articolo 1 proclamasse il cattolicesimo religione di stato, le relazioni fra
la Santa Sede e lo Stato furono praticamente interrotte tra il 1870 il 1929, per via
della Questione romana. Anche a causa della mancanza di rigidità dello Statuto, col
giungere del fascismo lo Stato fu deviato verso un regime autoritario dove le forme di
libertà pubblica fin qui garantite vennero stravolte: le opposizioni vennero bloccate o

eliminate, la Camera dei deputati fu abolita e sostituita dalla «Camera dei fasci e delle
corporazioni», il diritto di voto fu cancellato; diritti, come quello di riunione e di libertà
di stampa, furono piegati in garanzia dello Stato fascista, mentre il partito unico fascista
non funzionò come strumento di partecipazione, ma come strumento di intruppamento
della società civile e di mobilitazione politica pilotata dall’alto. Tuttavia loStatuto
albertino, nonostante le modifiche, non fu formalmente abolito.
I rapporti con la Chiesa cattolica vennero invece sanati e rinsaldati tramite i Patti
Lateranensi del 1929, che ristabilirono ampie relazioni politico-diplomatiche tra la Santa
Sede e lo Stato italiano. Il 25 luglio 1943, verso la fine della seconda guerra
mondiale, Benito Mussolini perse il potere, il re Vittorio Emanuele III nominò il
maresciallo Pietro Badoglio per presiedere un governo che ripristinò in parte le libertà
dello statuto; iniziò così il cosiddetto «regime transitorio», di cinque anni, che terminò
con l’entrata in vigore della nuova Costituzione e le successive elezioni politiche
dell’aprile 1948, le prime della storia repubblicana. Ricomparvero quindi i partiti
antifascisti costretti alla clandestinità, riuniti nel Comitato di liberazione nazionale,
decisi a modificare radicalmente le istituzioni per fondare uno Stato democratico. Con il
progredire e il delinearsi della situazione, con i partiti antifascisti che iniziavano ad
entrare nel governo, non fu possibile al re di riproporre uno Statuto albertino
eventualmente modificato e la stessa monarchia, giudicata compromessa con il
precedente regime, era messa in discussione. La divergenza, in clima ancora bellico,
trovò una soluzione temporanea, una «tregua istituzionale», in cui si stabiliva: la
necessità di trasferire i poteri del re al figlio (ci fu un proclama del re il 12 aprile 1944), il
quale doveva assumere la carica provvisoria di luogotenente del regno, mettendo da
parte temporaneamente la questione istituzionale; quindi la convocazione di
un’Assemblea Costituente incaricata di scrivere una nuova carta costituzionale, eletta a
suffragio universale (giugno 1944)
. Fu poi esteso il diritto di voto alle donne (febbraio 1945) e, ormai raggiunto il silenzio
delle armi, fu indetto il referendum per la scelta fra repubblica e monarchia (marzo
1946).

 Risultati immagini per referendum tra repubblica e monarchia italia

FORMAZIONE DELL’ASSEMBLEA COSTITUENTE
La distribuzione dei seggi

Dopo i sei anni della seconda guerra mondiale e i venti anni della dittatura, il 2 giugno
1946 si svolsero contemporaneamente ilreferendum istituzionale e l’elezione
dell’Assemblea Costituente, con la partecipazione dell’89% degli aventi diritto. Il 54%
dei voti (più di 12 milioni) fu per lo stato repubblicano, superando di 2 milioni i voti a
favore dei monarchici (che contestarono l’esito).
L’Assemblea fu eletta con un sistema proporzionale e furono assegnati 556 seggi,
distribuiti in 31 collegi elettorali.
Ora i partiti del Comitato di liberazione nazionale cessarono di considerarsi uguali, si
poté constatare il loro grado d’influenza. Dominarono le elezioni tre grandi formazioni:
la Democrazia Cristiana, che ottenne il 35,2% dei voti e 207 seggi; il Partito socialista,
20,7% dei voti e 115 seggi; il Partito comunista, 18,9% e 104 seggi.
La tradizione liberale (riunita nella coalizioneUnione Democratica Nazionale),
protagonista della politica italiana nel periodo precedente la dittatura fascista, ottenne
41 deputati, con quindi il 6,8% dei consensi; il Partito repubblicano, anch’esso
d’ispirazione liberale ma con un approccio differente nei temi sociali, 23 seggi, pari al
4,4%. Mentre il Partito d’Azione, nonostante un ruolo di primo piano nella Resistenza,
ebbe solo l’1,5% corrispondente a 7 seggi. Fuori dal coro, in opposizione alla politica
del CLN, raccogliente voti dei fautori rimasti del precedente regime, c’è la formazione
dell’Uomo qualunque, che prese il 5,3%, con 30 seggi assegnati.

Giorgio La Pira sintetizzò le due concezioni costituzionali e politiche alternative dalle
quali si intendeva differenziare la nascente Carta, distinguendone una “atomista,
individualista, di tipo occidentale, rousseauiana” ed una “statalista, di tipo hegeliano“.
Secondo i costituenti, riferì La Pira, si pensò di differenziarla nel principio che per il
pieno sviluppo della persona umana, a cui la nostra costituzione doveva tendere, era
necessario non soltanto affermare i diritti individuali, non soltanto affermare i diritti
sociali, ma affermare anche l’esistenza dei diritti delle comunità intermedie che vanno
dalla famiglia sino alla comunità internazionale.
Il Capo dello Stato, Enrico De Nicola, firma la Costituzione italiana. 22 dicembre 1947
I lavori dovevano terminare il 25 febbraio 1947 ma la Costituente non verrà sciolta che
il 31 dicembre 1947, dopo aver adottato la Costituzione il 22 dicembre con 458 voti
contro 62. La Costituzione entra in vigore il 1° gennaio 1948.

Il Capo dello Stato, Enrico de Nicola, firma la Costituzione italiana a palazzo Giustiniani, il 27 dicembre 1947. Al
suo fianco, da sinistra a destra, Alcide De Gasperi, presidente del Consiglio, Francesco Cosentino,
funzionario, Giuseppe Grassi, guardasigilli, e Umberto Terracini, presidente della Costituente.

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Cambiare la costituzione, storia di tentativi
e fallimenti

Dopo circa 2 anni di discussione in parlamento la parola sulla riforma costituzionale passa ora ai
cittadini. Il testo su cui gli italiani voteranno il prossimo 4 dicembre ha avuto un lungo iter
parlamentare, che ha richiesto ben 6 approvazioni.
Non è la prima volta che camera e senato tentano di modificare la legge fondamentale dello stato
italiano. Il rapporto del nostro parlamento con la costituzione ha avuto varie fasi. La prima ha
avuto inizio negli anni ’80, con la formazione della prima commissione parlamentare bicamerale di
riforma costituzionale. Da lì, per quasi vent’anni, la via prescelta dalla politica italiana è stata quella
delle proposte bi-partisan. Ma questa via è stata per lo più segnata da fallimenti. Dopo gli anni 90
si è passati a modifiche della costituzione approvate a colpi di maggioranza. A questa scelta si
devono gli unici due referendum costituzionali tenuti finora: nel 2001 e nel 2006. Il 4 dicembre è
dunque la prossima tappa di un viaggio che di seguito cerchiamo di ripercorrere.

L’iter della riforma costituzionale 
L’articolo della costituzione che regola il processo di revisione della costituzione stessa è il 138:
Le leggi di revisione della Costituzione e le altre leggi costituzionali sono adottate da ciascuna Camera
con due successive deliberazioni ad intervallo non minore di tre mesi, e sono approvate a maggioranza
assoluta dei componenti di ciascuna Camera nella seconda votazione
Viene dunque disposto un iter particolare e volutamente lungo che ha lo scopo di
assicurare una corretta e approfondita discussione in aula.
In passato camera e senato hanno tentato tre volte di avviare processi di riforma attraverso
organi composti da deputati e senatori, le cosiddette bicamerali. Ma sempre senza successo.
I tentativi falliti di riforma costituzionale 
La costituzione è finita più volte al centro del dibattito politico e in più occasioni la possibilità di
una riforma strutturale è stata vagliata da destra e da sinistra, da primi ministri e da membri del
parlamento. Un primo tentativo risale agi anni ’80 e ’90. In questo ventennio camera e senato
hanno unito le forze in ben tre diverse occasioni, creando una commissione bicamerale per le
riforme costituzionali.
La prima bicamerale nacque nel 1983 ed era presieduta dal deputato Aldo Bozzi, da cui poi prese il
nome. I lavori coinvolsero 40 parlamentari (divisi equamente fra i due rami del parlamento), e
durarono 50 sedute. La relazione finale deliberata dalla commissione,nel gennaio 1985,
prevedeva la revisione di 44 articoli della costituzione. Nonostante i buoni propositi, la
bicamerale era sprovvista di poteri referenti nei confronti dell’assemblea e di strumenti di
collegamento con i lavori delle commissioni permanenti pertinenti. L’esame parlamentare e la
trasposizione delle proposte in disegni di legge erano lasciati all’iniziativa dei singoli gruppi
politici, che però non raggiunsero un accordo.
Il secondo tentativo risale al 1992. La bicamerale, presieduta prima da Ciriaco De Mita e poi da
Nilde Iotti, coinvolse 60 parlamentari. Alla fine delle 60 sedute la commissione approvò un testo di
riforma che riguardava 22 articoli. Al centro del proposta l’idea di introdurre un governo
“neoparlamentare”, riformando vari aspetti del potere esecutivo. La riforma, presentata a
entrambe le camere nel gennaio del 1994, venne abbandonata per la conclusione anticipata
della legislatura. 
L’ultima bicamerale fu costituita nel 1997 ed era presieduta da Massimo D’Alema. I 70 membri
si riunirono per 71 sedute, e alla fine riuscirono a portare il testo in aula. La camera discusse il
provvedimento da gennaio 1998 fino a giugno dello stesso anno finché i lavori vennero sospesi
per forti divergenze fra le diverse parti politiche coinvolte.
Dopo tre tentativi di lavorare su una riforma strutturale della costituzione in maniera bi-partisan e
condivisa, il parlamento ha abbandonato la via delle bicamerali.
Le leggi che hanno cambiato la costituzione
Le bicamerali Bozzi, De Mita-Iotti e D’Alema negli anni ’80 e ’90 non sono riuscite a far fruttare il
lavoro delle commissioni parlamentari costituite per riformare la costituzione. Problemi di forma
e di sostanza hanno impedito di portare avanti un discorso condiviso.
Dopo quei venti anni, il parlamento ha imboccato un’altra via. Negli anni successivi le diverse
maggioranze hanno approvato in maniera unilaterale numerose riforme al testo costituzionale.
In 40 anni, dal 1948 al 1998 (anno in cui si chiuse l’ultima bicamerale), le leggi di modifica alla
costituzione sono state 7, nei 18 anni successivi (meno della metà del tempo) ben 9. Dunque il
56,25% delle leggi di riforma costituzionale è stato approvato dopo le bicamerali, una ogni
due anni. Riforme a colpi di maggioranza, che seguivano l’orientamento del governo al potere e
abbandonavano l’idea del lavoro bi-partisan necessario per cambiare la costituzione.
Ovviamente quei 16 testi non sono riforme così corpose come quelle tentate dalle bicamerali (e
quella oggetto del prossimo referendum), ma rappresentano comunque importanti cambiamenti.
Fra le più rilevanti ricordiamo la riforma del Titolo V nel 2001 sotto il governo Berlusconi (con

referendum costituzionale), e l’introduzione del pareggio di bilancio in costituzione nel 2012 sotto
la guida di Mario Monti.
 
Si arriva così all’ultima riforma del testo costituzionale. L’iter del ddl Boschi è stato particolarmente
lungo, a causa delle modifiche apportate al testo durante la seconda lettura al senato che hanno
azzerato il conteggio delle due approvazioni richieste da entrambi i rami.
Presentato a Palazzo Madama l’8 aprile 2014, è stato approvato in via definitiva il 12 aprile 2016: la
riforma ha dunque richiesto 731 giorni di discussione, di cui 346 al senato e 385 alla camera .
Poiché un ddl che richiede solo due approvazioni impiega circa 237 giorni per diventare legge,
nonostante l’elevato numero di passaggi realizzati, la riforma costituzionale rientra nei tempi medi
dell’iter legislativo.
Il fronte del sì è stato stabile sia alla camera che al senato. Da notare solo un iniziale appoggio
di Forza Italia alla riforma, svanito dopo il primo passaggio. Mancanza che al senato è stata
rimediata dalla nascita di Al-a. La strategia dell’opposizione è stata variegata e in alcune occasioni
ha preferito uscire dall’aula e non votare. Ragione per cui nella metà delle approvazioni erano
più gli assenti che i contrari. Per esempio al primo voto a Palazzo Madama il disegno di legge ha
ottenuto zero voti contrari, a fronte di 118 assenze; all’ultimo passaggio a Montecitorio solo 7
contrari e ben 231 assenti, il 35% dell’aula.
L’ultimo passaggio al senato è stato quello più in bilico, con 61,43% dei parlamentari a favore
(percentuale più bassa sulle 6 votazioni) e 38,23% contrari (percentuale più alta). Sì e no sono
dunque risultati più vicini rispetto alle altre votazioni, con una discussione che è durata
solo 8 giorni, quando gli altri passaggi hanno richiesto in media 121 giorni.

La riforma Boschi è dunque l’ultima di una serie di leggi costituzionali fiorite negli anni,
un’impennata che ha incrementato le possibilità di un ricorso ai referendum costituzionali. Dopo
tre mesi dalla pubblicazione del provvedimento approvato, un quinto dei membri di una camera o
cinquecentomila elettori o cinque consigli regionali, possono richiedere che il testo venga
sottoposto al voto dei cittadini. Inoltre la legge è oggetto di referendum popolare anche se non è
stata approvata dalla maggioranza del parlamento. Finora solo in due occasioni i cittadini
italiani sono stati chiamati a votare su una riforma costituzionale: nel 2001 e nel 2006. Nel
primo caso la riforma fu approvata, nel secondo invece la maggioranza dei votanti decise per il no.
Contesto e esito dei due referendum costituzionali del passato 
A differenza del recente referendum sulle trivelle, quello del prossimo 4 dicembre sarà
un referendum confermativo e non abrogativo. Questo, oltre a cambiare le conseguenze della
vittoria del sì o del no, vuol dire che non è richiesta la partecipazione al voto della maggioranza
degli elettori.L’affluenza quindi non è un tema rilevante per la validità del quesito.
Nei due referendum costituzionali che si sono tenuti in passato, solo in un caso la maggioranza
degli elettori ha partecipato al voto. Nel 2001 infatti andarono alle urne solo 16,8 milioni di
cittadini, a fronte di un corpo elettorale che raggiungeva quasi i 50 milioni di elettori. Un’affluenza
del 34,05%, che vide la larghissima vittoria del sì. Per la modifica al titolo V della costituzione si
schierarono oltre 10,4 milioni di italiani (64,21%), contro i 5,8 milioni di voti contrari (35,79%).
Tutt’altra storia nel 2006, sia per esito che per affluenza. La riforma costituzionale voluta del
centro-destra era molto più ampia di quella del 2001, e coinvolgeva diversi aspetti: dalla
devoluzione dei poteri alle regioni, alla trasformazione del senato in senato federale, fino
all’istituzione di un cosiddetto “premierato forte”. Il voto ebbe luogo poco dopo le elezioni politiche
che videro un ribaltamento al potere, con la vittoria del centro sinistra e l’inizio del governo
Prodi. 26 milioni di italiani parteciparono alla tornata referendaria, di cui quasi 16 milioni di
cittadini (61,29%) contrari al quesito del referendum. Poco meno di 10 milioni gli elettori a favore,
38,71%.
Due casi storici non sono certo abbastanza per trarre conclusioni, ma una cosa è certa. Rispetto
ai referendum abrogativi, dove la presenza di un quorum avvantaggia il no, nei referendum
costituzionali il piano sembra essere più equilibrato.
Inoltre sembrano esserci alcune analogie con il referendum del 2006. Nel 2006 il parlamento
in essere durante il referendum non era lo stesso che aveva votato la riforma. Anche oggi il
governo e il parlamento che hanno approvato il testo sono molto diversi rispetto a quelli
nati dall’ultima tornata elettorale. Nel 2006 governo e parlamento erano cambiati  prima del
referendum, oggi governo e parlamento sono stati rivoluzionati da uno scenario in costante
movimento rispetto alle ultime elezioni politiche. In entrambi i casi, 2006 e 2016, sembra esserci
una mancanza di continuità politica. Anche l’attuale clima fortemente politicizzato e il fatto che
la riforma da votare è molto ampia ricordano il 2006. Non è detto che l’esito sia lo stesso, ma di
sicuro l’affluenza sarà più alta che nel 2001, quando i toni erano molto più bassi e i temi più
limitati.

Risultati immagini per riforma costituzionale italia

Angela Bassani

Mi rappresenta l'Art. 32 Cost.

Matteo Bettoni

Mi rappresenta l'Art. 13 Cost.

Daniele Bortolas

Mi rappresenta l'Art. 18 Cost.

Filippo Bortolas

Mi rappresenta l'Art. 19 Cost.

Iside Da Val

Mi rappresenta l'Art. 9 Cost.

Anna De Paoli

Mi rappresenta l'Art. 4 Cost.

Nicholas Forlin

Mi rappresenta l'Art. 2 Cost.

Luca D'Alberto

Mi rappresenta l'Art. 32 Cost.

Josh Franceschinel

Mi rappresenta l'Art. 12 Cost.

Davide Marcon

Mi rappresenta l'Art. 101 Cost.

Alessia Pagotto

Mi rappresenta l'Art. 15 Cost.

Matteo Titton

Mi rappresenta l'Art. 21 Cost.

Zou Yiwei

Mi rappresenta l'Art. 17 Cost.

Prof.ssa Simonetta Turrin

La legge è uguale per tutti